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Quando fermarsi diventa la parte più dura della corsa

6 Novembre 2025
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Il sogno del Gran Sasso

Certe avventure nascono da una scintilla, un’idea che si accende tra amici durante una corsa o davanti a una birra.
La nostra era la 50 km del Gran Sasso: una di quelle gare che non si affrontano solo con le gambe, ma anche con la testa e il cuore. Il 26 luglio era segnato da mesi sul calendario.
Avevamo parlato di salite, di paesaggi mozzafiato, di arrosticini e di quel senso di libertà che solo la montagna sa regalare.

Partimmo divisi: qualcuno in anticipo, per assaporare la quiete dell’altopiano prima della tempesta di emozioni del giorno dopo. Io ero tra quelli. L’aria era tersa, il cielo un azzurro impensabile. I tavoli all’aperto, il profumo della carne sulla brace, le risate. Era tutto perfetto.
Ma, come spesso accade, la perfezione dura un attimo.

Appena finito di mangiare, sentii un fastidio allo stomaco, leggero all’inizio. Poi, una strana debolezza.
“Avrò esagerato con gli arrosticini,” pensai scherzando. Ma le ore passavano e il malessere cresceva.
Quando ci raggiunsero gli altri per il ritiro dei pettorali, cercai di mascherare il disagio con un sorriso. Dentro, però, iniziava un temporale.


L’inizio del calvario

Quella notte non la dimenticherò.
Il dolore si fece intenso, a tratti insopportabile. La febbre saliva e ogni ora mi toglieva energie.
All’alba, mentre il gruppo si preparava, le voci allegre dei miei compagni mi arrivavano ovattate. Guardavo le loro scarpe legate con cura, le borracce pronte, le pettorine con i numeri che brillavano alla luce del mattino. Io, invece, sapevo già che non avrei corso.

“Vai comunque a vederli partire,” mi dissi.
E così feci: mi misi a bordo strada, applaudii al via, e per un attimo mi sembrò di correre anch’io, trascinato da quell’onda di entusiasmo. Ma dentro sentivo un vuoto: non c’è cosa più dura, per un corridore, che restare fermo mentre gli altri partono.


La discesa

Il ritorno a casa fu un lento scivolare nella stanchezza. Il medico parlò di infezione. Antibiotici, riposo, liquidi. Poi un secondo ciclo, poi il cortisone. Ogni giorno era uguale all’altro: febbre, sonno, debolezza.
A un certo punto, anche il tempo sembrava essersi fermato.

Quando finalmente il corpo cominciò a rispondere, ero una versione spenta di me stesso. Ricominciare a correre fu come imparare di nuovo a camminare.
Cinque chilometri mi sembravano una maratona. Il cuore batteva forte, le gambe pesavano.
Eppure, ogni passo aveva il sapore di una conquista.
Dentro di me la fiamma non si era mai spenta.


L’Islanda e la corsa con mio figlio

Le vacanze in Islanda con la famiglia erano pianificate da mesi. Io e mio figlio Mirko ci eravamo iscritti alla Maratona di Reykjavik, e anche se avevo promesso a mia moglie di non correrla, sapevo che sarebbe stato impossibile restare fermo se mi fossi sentito in grado di partire.

Reykjavik ci accolse con la sua aria fredda e pulita, con quella luce nordica che non somiglia a nessun’altra.
La mattina della gara l’atmosfera era surreale: vento, nuvole basse, un silenzio che pareva sacro.
Io e Mirko ci guardammo. Non servivano parole.
Partimmo insieme.

I primi chilometri furono un viaggio dentro me stesso. Ogni respiro era un test, ogni passo un dialogo con il corpo. Poi, a metà gara, Mirko mi chiese:
«Papà, posso provare ad abbassare il mio personale?»
Gli sorrisi. «Vai. Goditela.»

Lo vidi allontanarsi piano, la sua figura farsi piccola tra i corridori. E in quel momento mi sentii felice.
La seconda metà della maratona fu lenta, dura, ma anche piena. Il paesaggio islandese mi parlava: rocce, oceano, silenzio. Era come correre in un sogno.

Quando tagliai il traguardo, stremato ma dentro le cinque ore, Mirko era lì. Il suo sorriso cancellò ogni dolore. In quell’abbraccio, la stanchezza diventò commozione pura.
Avevo corso la mia maratona più importante, non per un tempo, ma per un legame.


Di nuovo il buio

Il ritorno in aereo fu la discesa in un nuovo inferno.
Dolori lancinanti, notti insonni. Un’altra volta l’impotenza.
Dopo una serie di esami, arrivò la diagnosi: epididimite.
Un’altra cura, un’altra pausa forzata, un’altra lotta.

I giorni si facevano lunghi, le energie scarse. A volte mi chiedevo se avrei mai davvero recuperato.
Poi arrivò ottobre, e con lui una piccola svolta.
“Va meglio,” disse il medico. “Puoi riprendere gradualmente l’attività.”

“Gradualmente.”
Una parola che per un ultramaratoneta è quasi una provocazione.
Ma la presi sul serio.
Un giorno un chilometro, poi due, poi cinque. Il corpo era debole, ma la mente finalmente correva di nuovo. Ogni passo era un atto di riconquista.


La Maratona dei Marines: rinascita a Washington

Da mesi ero iscritto alla Maratona dei Marines di Washington, insieme a Mauro e Marco.
Non avevo alcuna certezza di riuscire a correrla. Mauro era reduce da un’operazione, io da settimane di convalescenza. Ci eravamo detti che saremmo andati solo per il viaggio, per respirare un po’ d’America.

Ma quando arrivammo al ritiro pettorali, e vidi quel numero stampato con il mio nome, capii che non potevo rinunciare. Avevo attraversato troppo dolore per non provare almeno a partire.

Decidemmo di usare il metodo Galloway: correre e camminare a intervalli regolari.
Allo start sentii un brivido. Migliaia di persone, bandiere ovunque, il ruggito dei Marines, le note dell’inno nazionale.
E poi il silenzio rispettoso per i caduti.
In quell’istante mi resi conto che non stavo solo correndo una gara: stavo celebrando la vita stessa.

Il percorso era emozionante, tra i viali di Washington, i musei, le bandiere che sventolavano.
La fatica si faceva sentire, ma era una fatica piena, viva.
Ogni chilometro era un dialogo col dolore, ma anche con la gratitudine.

A tratti mi commuovevo, guardando la gente applaudire, sentendo le note delle bande.
Quando arrivai al traguardo, davanti al monumento di Iwo Jima, sopra le cinque ore, alzai le braccia al cielo.
Non avevo vinto nulla, eppure avevo vinto tutto.
Tra le mani tenevo una medaglia pesante, bellissima. Una medaglia che non raccontava solo una corsa, ma mesi di paura, resilienza e speranza.


Epilogo

A volte la vita ti mette alla prova quando meno te lo aspetti. Ti toglie la forza, la libertà, persino la fiducia in te stesso. Ma se trovi dentro di te anche solo una scintilla per ripartire, hai già vinto.

Oggi, guardando indietro, capisco che ogni stop, ogni malattia, ogni momento buio, mi ha insegnato qualcosa.
Che la corsa non è solo un gesto atletico: è un modo per stare al mondo, per affrontare le tempeste, per rinascere.

La corsa è resilienza, passione, rinascita.
E ogni medaglia, anche quella arrivata sopra le cinque ore, pesa come un frammento di vita vissuta fino in fondo.
Perché il traguardo, in fondo, non è mai la linea sul terreno.
È il momento in cui capisci che, nonostante tutto, sei ancora capace di andare avanti.

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